3 maggio 2010

 

Pannella e il pannellismo di un uomo solo, tra utopie, fantasia geniale e grandi errori politici.


I Radicali hanno sessant’anni e perciò sono un vecchio partito, e anche un partito vecchio, vista la crisi del perenne movimentismo eroico e di testimonianza voluto dal suo capo assoluto, unico e carismatico, Marco Pannella. Che a 86 anni è il più vecchio leader politico in Italia. E noi che siamo liberali, e nella prima adolescenza siamo stati anche radicali, sia pure in dissenso su parecchi punti tanto da definirci “radicali non pannelliani”, ringraziamo Pannella e i pochi Radicali sopravvissuti a tante sconfitte e guerre intestine, per le utili provocazioni e le battaglie coraggiose per le libertà, la giustizia e i diritti civili.
      Pannella ha dimostrato di essere non solo un grande uomo dalla forte personalità, limitata però da un carattere troppo prepotente e autoreferenziale, ma ormai, per la sua continuativa presenza vigile e critica a partire dal dopoguerra, quasi un nuovo "Padre della Patria" dell’Italia contemporanea, in quanto continuatore eccentrico e iconoclasta, confusionario ma onesto, di un vasto arcobaleno liberale che dovrebbe andare – a suo dire – da Cavour a Salvemini, da Pannunzio a Ernesto Rossi, a Calogero. Anche se, per la verità, da questi ultimi, i veri fondatori del Partito Radicale, fu giudicato spesso un “matto”, un provocatore troppo goliardico e irresponsabile, troppo anti-ideologico e personalistico per essere politicamente affidabile.
      E se i suoi colleghi più anziani del primo Partito Radicale, che ebbero il privilegio di conoscerlo giovanissimo, non lo capirono mai politicamente, pur apprezzandone l’onestà, la passione e la personalità visionaria, figuriamoci quanto poco possa averlo capito l’Italia, che anzi lo ha capito ancor meno di quanto lo abbia amato, e che oggi nel declino politico, sociale e culturale delle nuove generazioni, scopre di dovergli qualcosa, di essere con lui in debito di gratitudine.
      Quel po’ di riforme liberali che nei Paesi europei erano già tranquillamente in vigore da decenni, ce le hanno date Pannella e il piccolo manipolo dei Radicali. Ma sempre in modo drammatico, a prezzo di lotte e sacrifici grandissimi, mettendo talvolta in gioco il proprio corpo, scommettendo con la propria vita, stimolando come fastidiosa mosca cocchiera i partiti e le Istituzioni, esponendosi in prima persona, auto-denunciandosi, facendosi volutamente arrestare o processare. Alla Gandhi, non alla Martiri di Belfiore.
      Metodi poco liberali? Forse, perché fondati non sulla Ragione e l’educazione consapevole dei cittadini, come volevano i nostri Padri liberali del Risorgimento (ricordiamoci delle aspre critiche di Cattaneo alla “dottrina del martirio” di Mazzini e della Giovine Italia, fondata sulla “ostinazione di sacrificare li uomini coraggiosi a progetti intempestivi e assurdi”), e poi della razionalità e ragionevolezza austera del Partito Liberale, del Partito d’Azione e del primo Partito Radicale, i cui membri mai avrebbero fatto chiassate o spettacoli da circo; ma al contrario sulla spettacolarizzazione, sull’evento visibile, sull’esibizione, sull’emotività del “ricatto morale” di un digiuno o di un qualche atto di disobbedienza civile. La differenza con i grandi martiri Risorgimentali desiderosi di immolarsi per la Patria per infiammare gli animi sonnolenti degli Italiani e spronarli contro i Borboni, il Papa o l’Austria, è che i pannelliani, pur senza rischiare la morte, inscenavano manifestazioni o si auto-denunciavano spesso per motivi più futili e discutibili, come l’apparire in televisione, il poter coltivare o fumare marijuana, una nuova legge sul divorzio, una nuova amnistia.
      Ma spesso – è stato loro rimproverato – per poter apparire come notizia sui giornali e in tv, e contrastare così il voluto silenzio dei loro confronti. Partito “mediatico” per eccellenza, quello radicale della seconda versione, quella pannelliana, è stato sempre alla ricerca spasmodica, ossessiva, esibizionistica, patologica, di visibilità. Ed è assolutamente vero, come è stato detto, che in via di Torre Argentina era ed è domiciliato un vero e proprio "partito giornalistico", costantemente con gli occhi su giornali, tv e ora anche internet, che a cominciare dal suo capo carismatico, Pannella, perfino le azioni e i programmi adatta scientificamente su misura dei vari media e dei tempi e luoghi più adatti.
      Utilitarismo estremo, questo sì, sia pur nobile, nessun masochismo nell’azione o nella psicologia dei Radicali. Il fatto è che nel nostro Paese le forze reazionarie o conservatrici, la Chiesa in testa, hanno sempre opposto – a differenza che altrove – resistenze durissime alle riforme democratiche e liberali, alla trasparenza, al controllo dei cittadini sugli atti degli eletti, al rispetto delle regole, alla concorrenza, al merito senza raccomandazioni, al riconoscimento dei diritti civili, alla separazione tra Stato e Chiesa. Noi non abbiamo avuto una vera "rivoluzione liberale": ecco perché perfino un Partito Liberale, se ci fosse, dovrebbe essere in Italia più duro e aggressivo che nei Paesi anglosassoni. Ma non c'è.
      Altra cosa, invece, è il giudizio sulle opzioni ideologiche e sulle tattiche politiche radicali. Pannella, che uscì subito, troppo presto, dal Partito Liberale, nel quale da giovane faceva parte della sinistra, ha creduto a lungo che potesse esistere il famoso "ircocervo" liberal-socialista su cui aveva giustamente ironizzato Benedetto Croce. Tant’è vero che ancora oggi in casa radicale si ricorda con simpatia e partecipazione il "progetto riformatore" lab-lib di Craxi, che aveva un secolo di ritardo su qualsiasi partitucolo liberale.
      Fatto sta che il neonato Partito Radicale del 1955 voleva essere il continuatore dello sfortunato Partito d’Azione, a sua volta la realizzazione politica del movimento antifascista Giustizia e Libertà fondato sul binomio Pensiero e Azione. Ma sfuggì ai primi radicali, un po’ per colpa loro e un po’ per il pessimo esempio offerto in quegli anni e nei decenni futuri – con l’unica eccezione della battaglia per il divorzio – da un Partito Liberale Italiano, in realtà ultra-moderato o conservatore, che il Liberalismo non ha certo bisogno del Socialismo per ritrovare in sé il coraggio del Risorgimento, il laicismo, le riforme più avanzate, la solidarietà per i più deboli, la flessibilità in economia. Neanche Keynes, che fu un personaggio-limite, era un socialista. E d’altra parte fu il liberale Zanardelli a creare le Ferrovie dello Stato. Fu Cavour a far pagare più imposte ai più ricchi, quindi anche a se stesso. E furono Cavour e Siccardi a togliere i privilegi agli enti ecclesiastici, e a far arrestare perfino l’arcivescovo di Torino che istigava il popolo a non rispettare la legge dello Stato. Sarebbe bastato che i sedicenti "liberali" italiani facessero davvero i liberali, meglio se liberali moderni.
      Oggi, il Socialismo ha ormai definitivamente perso, e il Liberalismo ha stravinto nella competizione della Storia. E, per fortuna, grazie all’attuale crisi economica globale, quasi non bastando i testi degli scrittori liberali, si è capito anche che il Liberalismo non coincide certo col Capitalismo, di cui in fondo (come pure per le Istituzioni statuali) si limita ad essere un garante, un arbitro.
      Eppure, Marco Pannella, come ieri era convinto che il ruolo ultimo dei radicali fosse nella "alternativa di Sinistra", però con una Sinistra liberale, che non c’era, così oggi è sicuro che i Radicali servano ancora a creare una nuova classe politica riformatrice che passi attraverso schieramenti e partiti, fondata non sulle idee o ideologie, ma sui diritti individuali e sociali dei gruppi minoritari (carcerati, tossicodipendenti, migranti ecc.).       Mai gli è passato per la testa l’idea di unire i tanti liberali italiani delle più diverse collocazioni, a meno che non si affidasse a lui stesso il compito di coordinatore unico e indiscutibile delle varie anime. Non per caso, dopo l’emorragia e le defezioni dei radicali fondatori, da Pannunzio a Rossi, la piccola frazione che rimase a gestire la sigla dei Radicali storici nei primi anni 60 fu quella pannelliana dei "Radicali di sinistra". Basta leggere la eloquente, lunga voce della storia del Partito Radicale, che pochi conoscono.
      Allora, almeno, esisteva ancora un piccolo e inadeguato ma attivo Partito Liberale. Possibile che Pannella non comprenda che manca in Italia, unico Paese occidentale formalmente "liberale", un forte soggetto politico liberale, maggioritario, come si conviene all’ideologia che ha vinto e che regge col suo nome tutta la baracca dell’Occidente e perfino di alcuni Paesi orientali? Esiste un deficit non solo di Liberalismo in Italia, ma perfino di rappresentanza politica liberale. Deficit che certamente il minuscolo partito dei Radicali non può compensare. Anche perché non pochi liberali negano che gli amici Radicali siano dei veri liberali. Questo è stato il vero “errore storico” di Pannella e del pannellismo. Che lo ha portato sempre a criticare e a distruggere il vecchio, senza mai costruire in qualche ordine nuovo. In questo caso una utilissima terza forza liberale.
      E poi, tutto preso dall’attenzione alle tradizionali minoranze emarginate (ma "privilegiate" dai Radicali), come i carcerati, i tossicodipendenti, i malati, le abortiste, gli omosessuali ecc., quasi mai ha voluto e saputo parlare alle larghe maggioranze dei cittadini, alla gente comune. Eppure, il "sindacato delle minoranze" – che poi neanche sono elettoralmente grate, cioè neanche vanno a votare, perché a votare radicale sono poi i normali "borghesi" delle grandi città col loro voto d’opinione – e le eroiche raccolte di firme ai tavolini di quartiere, e il continuo appello al popolo coll'inflazionato referendum, non hanno impedito ai Radicali di ambire alla Grande Politica Istituzionale. E questa è già una prima contraddizione.
      Per niente riamato (famoso l’episodio dello schiaffo davanti alla sede di via delle Botteghe Oscure), Pannella ha preteso di coinvolgere non il Partito Liberale e il Partito Repubblicano, effettivamente poca cosa perché non rappresentano il Liberalismo diffuso nel Paese, ma il Partito Comunista. Allo stesso modo, in seguito ha fatto provocatoriamente la corte ai socialisti di Craxi ed ora al Partito Democratico. Questo è il target delle alleanze radicali, non certo il mondo laico-liberale, nonostante una vulgata comune nella base dei liberali storici.
      Perciò, è di lunga data il principale errore storico di Pannella, la mancata aggregazione, grazie al potere di cristallizazione della sua personalità carismatica, di tutti i liberali italiani in un’unica sigla. Soggetto che sappiamo vincente, dato che tutte le indagini demoscopiche attribuiscono alla posizione liberale – con opportuni quesiti sui più diversi temi, dalla laicità dello Stato all’economia – dal 30 al 50 per cento ed oltre di consensi italiani. Siamo o no, dopotutto, la 7.a od 8.a potenza industriale dell’Occidente? Se negli Stati Uniti o in Gran Bretagna, ad esempio, i questionari darebbero rispettivamente il 90 e il 70 per cento, sarebbe strano, perciò, che in Italia i "liberali" nel puro significato ideologico fossero meno di un terzo.
      E se questo è vero, il "Pierino", il "goliardico", l’ "esibizionista", il "narcisista", l' "istrionico" Pannella, tutto preso a costituire un piccolo movimento di punta, un’elite agitatoria, la zanzara-tigre isolata e perciò altamente visibile, ma anche facilissima (per lui) da controllare a differenza di un grande partito, avrebbe rinunciato ad un Grande Soggetto Liberale unitario da almeno 30 per cento dei voti, insomma un grande partito leader di Governo?
      Certo, Pannella non è caratterialmente un Presidente del Consiglio, ma un geniale guastatore, uno che produce salutari "crisi", non uno che le compone, uno che solleva scandali non uno che li sopisce.
      Con l’aggravante che l’attuale partito radicale, "Radicali Italiani", pur essendo un gruppuscolo esemplare di militanti uniti tra loro "per la vita e per la morte" e che fa politica 24 ore su 24, al momento delle elezioni perde l’aspetto movimentista e prende voti ideali e generici di simpatia come qualsiasi movimento liberale, cioè si trasforma in un "partito di opinione". E allora, tanto valeva…
      Macché, chi pensasse questo mostrerebbe di non conoscere la psicologia in generale e il carattere di Pannella in particolare. In qualsiasi grande partito che si rispetti, che cioè si fosse confrontato ogni giorno con la dialettica e il sistema di alleanze con altri grandi partiti o anche nel Governo, un estroverso irrefrenabile come Pannella non potrebbe più fare il "Pierino", né inventarsi in cinque minuti le sue famose, geniali mattane, imprevedibili perfino per i militanti più fedeli. Il fantasista improvvisatore, il provocatore, la primadonna, avrebbe dovuto mettersi a freno, fare i conti con altre primedonne – e tanti personaggi banali, oscuri e mediocri – provenienti eventualmente dalle classi dirigenti degli altri partiti laici, proprio in un’area come quella liberale che in genere è razionale e seriosa, pochissimo disposta alla politica come spettacolo, e tantomeno ai nobilissimi "ricatti" violenti della non-violenza alla Gandhi.
      Ecco perché, fin dall’inizio, Pannella non si è mai occupato dei Liberali ma della Sinistra, anche la più estrema, nonostante la sua origine e perfino la sua conclamata simpatia ideologica per la Grande Destra cavourriana. Diciamo che nello sfaccettato e complicato Marco l’ideologia si è dovuta piegare alla politica, e questa al di lui particolarissimo carattere istrionico. Un attore del suo calibro, al posto di Malagodi e La Malfa, sarebbe stato ridicolo oltreché impensabile.
      Ma oggi? La Storia non si fa con i "se", ma dagli anni 90, proprio in concomitanza con la crisi del PLI e del PRI, Pannella avrebbe potuto e dovuto fondare gli Stati Generali del Liberalismo, nonostante la sua antipatia di sempre per le ideologie, compreso l’ismo liberale. Il suo vizio anti-ideologico della politica personalistica senza freni inibitori, che i biografi più benevoli definiscono "pragmatismo", "sincretismo" e "trasversalismo", avrebbe dovuto cedere almeno di fronte alla convenienza, alla utilità. Quelli erano tempi favorevoli: fine della Democrazia Cristiana, muro di Berlino, crisi dei partiti comunista e socialista, trionfo liberale, sviluppo economico, inizio della globalizzazione, e Berlusconi non ancora disceso in politica. Ora, poi, dopo aver costretto all’emigrazione il geniale comunicatore Capezzone, che avrebbe potuto essere anche un giovane leader liberale unitario, è lo stesso Pannella che denuncia il bipolarismo finto e senza idee, da Destra a Sinistra, con l’ascesa di una classe politica cinica e affaristica che è di gran lunga la peggiore della Storia dell’Italia unita. E anche gli esempi clamorosi che giungono dal regno Unito e dalla Germania, con i Liberali che ogni tanto riescono a bucare lo schermo televisivo con idee nuove che rafforzano il caratteristico tripolarismo europeo (Conservatori, Laburisti-Socialisti, Liberali), avrebbero dovuto convincere chiunque, ma non il testardo Marco.
      Ecco perché tra Liberali e Radicali non sempre corre buon sangue: anzi c’è stata più che concorrenza, una sotterranea forma di rancore fraterno, tipico dei parenti lontani. Ma anche passaggi reciproci, come si vede in questo articolo.
      Ma oggi è troppo tardi: non aver risposto per molti decenni alle richieste del popolo liberale ha portato alla perdita di quell’elettorato e alla nascita dei movimenti populisti e qualunquisti.
I Radicali, insomma, che pure si riempiono la bocca anche loro del magico aggettivo "liberale", sono ancora convinti dell’inutilità, della fatuità, della volatile leggerezza politica dei Liberali, specialmente italiani. Pannella, è evidente, è rimasto alla fotografia in bianco-nero della sua giovinezza, quando i liberali tipici erano davvero galantuomini, distinti signori onesti e intellettuali, talvolta perfino aristocratici (ad averceli, oggi!), però teorici e alquanto pigri, persi nei propri mille interessi di persone o molto intelligenti o molto ricche, incapaci di parlare alla gente o di capirla davvero, negati per la psicologia della comunicazione, per l’attività politica spicciola, per la propaganda. Tutti "segretari politici" in pectore, ma nessun militante.
      E se questo è stato l’imprinting psico-sociologico ricevuto dal giovane Pannella, come meravigliarsi se i "suoi" Radicali, i post-calogeriani, siano diventati – all’opposto – tutta azione e niente pensiero, insomma solo esemplare attivismo frenetico, esemplare per gli stessi iscritti radicali, per la classe politica e per l’Italia? Un eccesso di azioni provocatorie, nel senso più nobile del termine, che ha finito per creare la coesione "da eroismo", l’atmosfera da setta fanatica che ricorda i primi Cristiani. E la sete di "verità", termine poco liberale, come anche ahimsha e sathyagraha, gli deriva dal grande Capitini, il cattolico non violento e vegetariano inventore della "marcia della Pace", che fu uno dei suoi maestri, il responsabile di quella sua impazienza da cristiano protestante. Su questo punto, il “pietismo”, si veda questo altro nostro ritratto sul Salon Voltaire.
      Evviva, dunque, Pannella, il mostro sacro della politica italiana, il politico non-politico per eccellenza (che però vive, respira la politica 24 ore su 24), il "diverso" della Casta, che compie vitalissimo i suoi 80 anni. Grazie di cuore per tutto quello che ha fatto, stimolato, inventato e pensato. L’Italia deve essergli grata. E un seggio a vita in Senato se lo meriterebbe, certo, ma solo se non fosse ancora così attivo, così provocatorio, così "giovane", così intellettualmente di parte.

Può sembrare paradossale che Marco Pannella, ora che comincia ad essere dipinto quasi come "padre nobile" anche dai suoi eterni avversari, venga accusato proprio dai Liberali. Non di aver fatto ma di "non aver fatto" qualcosa. Anche lui, anzi proprio lui che aveva destato tra i liberali più riformisti grandi aspettative, ha commesso degli errori, e gravi. Passiamoli in rassegna:

1. CRITICARE E DISTRUGGERE IL POTERE, SENZA COSTRUIRNE UNO NUOVO. Nessuno che sia sano di mente immaginerebbe mai Pannella come Presidente del Consiglio, e neanche ministro. Come mai? Eppure ne avrebbe le capacità intellettuali e di lavoro. E' che il pannellismo è un movimento finalizzato a destabilizzare, smontare, distruggere, far implodere il Potere, non a costruirlo o a riempirlo di contenuti nuovi. Il carattere antagonista e alternativo dei radicali alla Pannella vede sempre il Potere come un nemico, come controparte. Mai il radicale si mette anche psicologicamente dalla parte di chi deve organizzare uno Stato. I Liberali, invece, hanno il "senso dello Stato", cioè si pongono sempre dalla parte di chi deve gestire la Cosa pubblica, decidere per tutti con senso di responsabilità. Non per caso le rivoluzioni liberali del Risorgimento portarono alla nascita degli Stati nazionali.

2. DISOBBEDIENZA CIVILE INSIEME CON STATO DI DIRITTO? La non-violenza assoluta, gandhiana, del pannellismo, assolutamente inesistente nel Radicalismo classico pre-pannelliano, è in contrasto col principio liberale dello "Stato di diritto" a cui fanno spesso riferimento i radicali pannelliani. Ma se giustamente il Potere, gli organi dello Stato, devono anch'essi rispettare le leggi, come i cittadini comuni, non si capisce quale spazio possa avere in questa visuale di legalitarismo estremo la disobbedienza pannelliana (p.es. in anni passati il rifiuto di prestare servizio militare obbligarorio; più di recente  l'uso plateale di droghe allo scopo di farsi arrestare e sollevare il caso nei tribunali e sulla stampa, favorendo così l'auspicata liberalizzazione delle droghe leggere).

3. CONTRO LE IDEOLOGIE, ANCHE CONTRO L'UNICA CHE HA VINTO. Il primo errore è quello di credere che il Liberalismo non basti a se stesso, e che lo si debba incrociare col Socialismo (ma sarebbe un "ircocervo", aveva ragione Croce) o, almeno, con una sorta di pietismo di stampo cristiano-riformatore. In realtà Pannella è l'anti-ideologo per eccellenza: questo - ne è convinto - dovrebbe permettergli di spaziare a suo agio e senza limiti a Destra e Sinistra come una primadonna, trasversale a tutto e tutti. Troppo comodo.

4. IL PERSONAGGIO AL POSTO DEI PROGRAMMI. Il secondo è quello di aver dato troppo spazio al carattere del personaggio, alle sue improvvisazioni mediatiche, ai suoi discorsi da decenni oscuri, sibillini, contorti, barocchi e incomprensibili, e poco alle alternative e ai programmi concreti, con poche parole chiare e semplici, com'è nella tradizione anglosassone e liberale, e soprattutto agli obiettivi di lungo periodo.

5. IL SINDACATO DELLE MINORANZE EMARGINATE. Al posto delle ideologie o dei programmi ci sono pochi temi e categorie protette: carcerati, tossicodipendenti, abortiste, divorziandi, gay ecc. E la gente comune, le larghe maggioranze dei cittadini?

6. VECCHIO PARLAMENTARISMO. Il terzo errore, quello di operare nella società civile per poi ricercare le alleanze solo in Parlamento, dove – è chiaro, col sistema dei "nominati", non degli eletti – i liberali non ci sono, non ci possono essere. Ma allora, perché tentare di colloquiare a destra e a manca, e allearsi con "cani e porci"? Un comportamento machiavelliano e politichese.

7. MAI CREDUTO NEL SOGGETTO LIBERALE. Il quarto errore, quello principale, non aver capito subito che il Liberalismo ormai diffuso tra la gente non trova in Italia un Grande Soggetto Liberale, caso unico al mondo, e che perciò bisognava indire – ma senza la minima egemonizzazione, da primi inter pares (cosa difficilissima per Pannella) – veri e propri Stati Generali non dei partitini o delle sigle esistenti, ma del Liberalismo nascente, ubiquitario nel Paese. Iniziativa che solo Pannella, con la tenacia, la capacità di seduzione e il carisma che ha, poteva promuovere.

8. DA PUNGOLO A PROTAGONISTA. Infine, l'errore di non aver afferrato, mentre imitava gli anglosassoni, che in quei Paesi l’azione dei "liberal" o radicali funzionava da dettaglio o perfezionamento specialistico, insomma da "suocera" dei Governi liberali. Invece in Italia, dove manca, è sempre mancato, un Grande Partito Liberale, questa azione di contraltare e di critica o stimolo non può funzionare con una Destra e una Sinistra entrambe illiberali, affariste, clientelari, antidemocratiche e clericali, e perciò ai Radicali nostrani verrebbe affidato (come è sempre stato affidato, in realtà) un ruolo troppo ambizioso, addirittura surrogatorio, insostenibile per un'elite di poche centinaia di attivisti.

MARCO PANNELLA è morto il 19 maggio 2016 a 86 anni di età. 

IMMAGINE. Marco Pannella referendario in una riuscita caricatura di Franco Bruna

AGGIORNATO IL 19 MAGGIO 2016

Comments:
L'immagine che hai dato del partito radicale è abbastanza condivisibile. È stato utile e qualcuno ha detto che se non fosse esistito sarebbe stato opportuno inventarlo. È stato un partito “corsaro”, ha rotto steccati, è stato pieno di contraddizioni, è stato spesso sopra le righe ed ha fatto varie sciocchezze; non dimentichiamo Toni Negri e la Cicciolina (uno sberleffo al Parlamento); queste iniziative ed altre forse perché pensava che per un partito piccolo sia l'unico modo per farsi sentire (e forse è vero). Ha “dato alla luce” i referendum ma poi li ha uccisi inflazionandoli e organizzandone alcuni molto discutibili tipo quello sull'eliminazione del Ministero dell'Agricoltura e quello sul nucleare dove ha cavalcato l'irrazionalità e l'emotività del dopo Cernobyl. Tra i suoi meriti ha quello di aver organizzato radio radicale che registra e diffonde fatti che altrimenti rimarrebbero ignoti; un vero servizio pubblico.

Ma non è un partito liberale; o più esattamente del liberalismo interpreta più l'aspetto libertario che quello liberale nel senso pieno del termine. Come hai detto tu stesso è portato più a rompere che ha costruire; anche se qualcuno può dire che per costruire bisogna prima rompere. Ed è un partito troppo “personale”; si è identificato e si identifica con Pannella, che è vissuto di digiuni in modo eccessivo; mi domando se e come vivrà se Pannella dovesse ritirarsi a vita privata (cosa in realtà inconcepibile). Dovrebbe essere meno “personale”, meno verboso e più responsabile; l'esempio ultimo della verbosissima Bonino che ha lasciato il consiglio regionale del Lazio perché ha perso le elezioni non è simpatico; né è simpatico che il suo indirizzo di posta, dopo le elezioni, non riceva più messaggi; forse intasato dalle proteste di chi l'ha votata rimanendo con un palmo di naso? Anche rimanere al proprio posto dopo una sconfitta è responsabilità.

Saluti. Guido Di Massimo
 
Sì, la penso più o meno allo stesso modo. Leggendo la tua nota mi è venuto in mente che devo aggiungere una cosa all'articolo: che gli amici radicali vivono e operano letteralmente con i giornali sott'occhio e con la Tv accesa. Tutto quello che fanno è per avere visibilità sui media. E in base ai media modificano addirittura i programmi. Be', ritengo questo davvero eccessivo. Anche perché la cosa si è risaputa e i media sono sulla difensiva. Ma loro non lo capiscono.
[come vedi è caduto...Cavour dal sito, ma lo rimetterò insieme al resto del colonnino...]
 
Apprezzo sinceramente il tuo articolo e poi condivido - direi parola per parola - il commento di Guido Di Massimo.Da anni Pannella non è nemmeno radicale. Tanto meno liberale . Da anni si è ridotto alla reclamizzazione di se stesso, in un ossessivo egocentrismo ed egoismo politico .Anzi, impolitico.
L'insistenza sui cosiddetti digiuni e sul piacere della provocazione per la provocazione, è - da anni - monotona e controproducente. Dovrebbe - avrebbe dovuto - smetterla . Ma non la smetterà. Dovremmo noi smetterla di dargli considerazione. Così come dovremmo ( l'ho già detto, ma
insisto ) ricordare , a noi e a tutti , che le belle battaglie liberali, come quella per la legge sul divorzio , hanno avuto, sì , a suo tempo , la partecipazione dei radicali, ma sono state vinte, allora , soprattutto grazie all'intelligenza, alla coerenza, alla serietà ed affidabilità politica di ben altri laici : Baslini, Bozzi , Fortuna , solo per citare i nomi che mi vengono per primi in mente.Niente di personale, come si suol dire. Anzi, agli auguri di buon compleanno mi associo.
Adalberto Scarlino, Firenze
 
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